PRESENTE

DIMENSIONE VERTICALE di giuseppe masetti – 2012

In questa antica chiesa di San Girolamo, associata un tempo ad un rinomato studio di filosofia e di teologia, Liliana Santandrea porta dodici opere recenti, cariche di memorie private da un lato, ma in grado di evocare anche simbologie universali e civili di lungo respiro, come il rapporto dell’uomo con il suo habitat, come la ricerca di una dimensione verticale.
Perché la memoria resterà sempre un esito familiare, ma la storia lascia nel tempo opere e giorni che si rivelano evidenti agli occhi di tutti. E se l’opera d’arte, come diceva Andrè Gide nei suoi aforismi, è l’esagerazione di un’idea che consente all’autore, con un gesto innovativo ed esaltante, di generare messaggi in grado di suscitare emozioni in chi le guarda, allora si potrà dire che queste acromatiche ciminiere ci appaiono come giganteschi totem protesi verso l’alto, gravidi di rappresentazioni, per indurre ciascuno di noi a leggere, anche nel quotidiano, i lieviti di un destino cosmico.
Mezzo secolo fa passando da queste parti anche Pier Paolo Pasolini aveva guardato con inquietudine a quelle stesse costruzioni e le aveva definite le nuove cattedrali, immaginandovi forse la sublimazione delle nostre crisi imminenti nel nuovo millennio.
Ma la pittura di Liliana Santandrea si evolve rispetto all’uso conosciuto di quelle forme: le raffinate velature sull’acrilico e la tinta spatolata protratta a lungo dell’artista in queste opere avvolgono e muovono l’intera scena della nostra natura.
Oggi queste torri fanno parte organica e accettata del nostro profilo d’ambiente; laiche e mistiche al tempo stesso, possono indurci a ricercare il diritto ad un cielo sopra di noi, ove riporre pensieri e valori.

 

SONETTO PER LILIANA di giuseppe masetti – 2012

Chi vive in quel lembo di territorio ricompreso fra l’Alto Adriatico e le preziose chiese bizantine di Ravenna ha introitato da anni all’orizzonte una presenza sconvolgente, che dalle terre piane solleva verso il cielo grandi linee biconvesse, ridisegnando l’orizzonte, la luce della notte e i rapporti fra gli uomini.

Chi vive intorno a questi luoghi aveva una memoria terrigna, ma in un tempo breve è stato strappato al torpore rurale da immense fabbriche, sempre più grandi delle proprie possibilità. Dopo averle accettate, discusse e odiate, oggi le osserva e le sorvola ogni volta che cerca a occidente il mare aperto.

Chi vive in questi spazi sa che dalle grandi bocche ovali, come da narici di un cuore magmatico, escono ceneri del nostro passato, combuste da un tempo veloce, che non è più nostro e ci smarrisce.

Chi dipinge un’idea di paesaggio che incalza il nostro abitare teme che dietro a quelle forme ricurve nessuno possa più immaginare necessaria la presenza dell’uomo.
La costruzione ha divorato il costruttore e bruciando ininterrotta ha cancellato il giorno e la notte.

Chi dipinge le torri moltiplicate di quel nuovo silicio non ha più bisogno del colore. Sono già cadute la rabbia e la speranza; tutt’intorno muovono solo macchine e quantità, in uno scorrere livellato di acque e di flussi che non raggiunge più nessuno.

Chi dipinge questa città senza cittadini osserva di sicuro i suoi aliti salire lentamente verso l’alto, ma vorrebbe immaginarvi altri spazi e altre vite liberate.

Chi raccoglie questi silenzi è una donna e il suo vestito è di colore vermiglio.

DIMENSIONE VERTICALE di enzo dall’ara – 2010

Da un’orizzontalità che piega il pensiero ai ritmi del tempo e della storia scaturisce il prestigio di un momento in cui lo spirito si eleva alla verticalità dell’ascesa intellettiva. “Dimensione verticale”, titolo accordato al più recente corpus di opere di Liliana Santandrea, immette nel nucleo pittorico di dipinti che evolvono, con sublime maestria tecnica e compositiva, dalla fisicità magmatica della terra agli insondabili orizzonti cosmici. Il pensiero astratto dell’elevazione interiore si concretizza nell’anima di una materia intensamente cromatica, densa e duttile, capace di addurre, nel vibrare percettivo di figurazione e astrazione, il suggerimento di un faro-torre o di strati litici che, sulla linea liminare dell’orizzonte, abdicano ad arcane profondità atmosferiche.
Quando la verticalità è vigorosamente risolta nel bianco e nel nero, essa può essere dichiarata nell’oggettività di un’imponente ciminiera-altoforno, con passaggi che dal crogiuolo del fuoco endogeno attraversano la fascia della combustione e corrosione per giungere alla struttura morfologica di ondulate ipotesi paesaggistiche. Il processo alchemico si conchiude e si schiude nell’incendio interiore di un divenire ciclico di vita-morte-rinascita che è costante palingenesi di energia cosmica. La pittura di Liliana Santandrea che, nonostante la sottesa matrice espressionista, unita a echi munchiani, non ammette confronti o assonanze, induce un’identificazione in grado di sintetizzare sogno e idealità con ragione e concretezza.
Evocando l’anima della terra e del cosmo, e quindi dell’uomo, l’artista afferma, attraverso parallele emergenze di archeologia industriale, un’individualità espressiva che si avvale di un assoluto “titanismo” del pensiero creante. Le opere, che nel fluire orizzontale seguono una dinamica filmica con differenti punti d’osservazione, ascendono, invero, alla misura verticale in una risoluzione cromatica e luministica che allude a un universo in evoluzione, permeato da un costante tormento di rinascita. La verità di un mondo in continua trasformazione vale anche per l’essere umano, per la sua psiche e per il suo corpo-anfora. Liliana Santandrea indaga, infatti, sulla realtà dell’uomo e del suo mistero esistenziale mediante meditate incisioni che, con deformazioni somatiche, sollecitano il pensiero alla ricerca della dimensione metamorfica. Così, ancora una volta, il “panta rei” eracliteo emerge sulle soglie filosofiche e culturali del terzo millennio.

INCISIONI

LA MONTAGNA E L’UOMO di marco fiori – 2008

Pittrice e calcografa. Le sue tavole, fin dagli esordi, esprimono con notevole capacità di sintesi una inaspettata energia. Si guardi, ad esempio, il piccolo “nudino” del 1985. Delineata con pochi e rapidi segni in puntasecca la figurina sembra vibrare, nell’assenza di uno spazio definito, come mossa da una tensione imprigionata dalla continuità delle linee che la racchiudono. La stessa forza ed incisività la si può trovare nei numerosi ritratti che, volutamente impietosi, sottolineano la spigolosa irregolarità dei tratti somatici dei modelli accentuandone, in maniera quasi caricaturale, i dettagli espressivi.
Da alcuni anni l’attenzione dell’artista è rivolta verso temi di natura ambientale.
Questi temi, indagati e sviluppati in una originale chiave di lettura arcaico-avveniristica, danno luogo a un ideale, grande “affresco” sulla complessità del rapporto fra l’uomo e il suo habitat.
Questo ciclo di lavori, intitolato “La Montagna e l’Uomo”, comprende dipinti, disegni, incisioni e innumerevoli studi, preparatori ed è, probabilmente, quello più impegnativo ed ambizioso di tutta la sua opera. Nel versante grafico di questo ciclo la Santandrea idealizza la montagna come un enorme ventre, una “madre”, inconsapevole e autodistruttiva che, simile ad un’ostrica, racchiude grandi anfore con i germi embrionali della creazione dell’Uomo.